venerdì 2 ottobre 2015

Un tesoro disperso tra troppe mani Sul patrimonio tolto alla mafia regna l’incertezza: la posta in gioco sono beni per 25 miliar

Roberto Galullo
Il monito «conoscere per deliberare»
lanciato nel 1955 al Paese da Luigi Einaudi
ben si adatta anche alla gestione
dei beni sequestrati e confiscati alla
mafia. Si aggiunga che l’ex presidente della
Repubblica lo lanciò attraverso il volume
«Le prediche inutili» e si capisce ancora
meglio che il paragone non è poi così azzardato,
visto che sono anni che esperti e analisti
si sperticano per dire che così com è,
proprio non va.
Poco o nulla possono i direttori dell’Agenzia
nazionale (Anbsc) che per ultimi
si sono alternati alla guida di questo (otto)
volante, se non denunciare le mille storture
e i molti scandali (come è accaduto al
prefetto Giuseppe Caruso) o tentare di indirizzare
una macchina statale complessa
(come fa il prefetto Umberto Postiglione
dal 13 giugno 2014).
Come possa conoscere e dunque gestire
al meglio il tesoro miliardario sottratto alle
mafie, deve essere un rovello della stessa
Agenzia, se è vero che alla voce “statistiche”,
fino a qualche ora fa si leggeva: «In aggiornamento.
Riallineamento in corso con
dati del ministero della Giustizia».
Buio fitto
I dati, già. Buio (spesso) fitto. E dire che la
legge 109/96 nacque solo con lo scopo di
creare una banca dati per governare il patrimonio
sottratto alle mafie. Il ministero della
Giustizia, a pagina 3 della relazione consegnata
a febbraio di quest’anno al Parlamento
su “Consistenza, destinazione ed
utilizzo dei beni sequestrati o confiscati -
Stato dei procedimenti di sequestro o confisca”,
scrive che l’esigenza della banca dati
«derivava anche dal fatto che, sino a quel
momento, la raccolta dei dati era stata rimessa
all'iniziativa delle amministrazioni a
vario titolo interessate, le quali, senza alcun
raccordo tra loro, avevano provveduto a
creare autonomi sistemi di rilevazione, talvolta
privi di precisi criteri procedurali».
I milioni di euro spesi in questi anni (compreso
un bando da sette milioni per l’informatizzazione)
devono però aver fruttato
poco se è vero che, paradossalmente, i dati
tra Agenzia e ministero sono «in corso di
riallineamento».
Numeri e pallottoliere.
C'è da perdersi tra le pieghe ma come dato
di partenza fissiamo ciò che sottoscrive lo
stesso ministero: i beni inseriti nella banca
dati sono, a fine febbraio 2015, 139.187. Dopo
una crescita continua fino al 2013, nel 2014 si è registrata una certa flessione, con gli uffici
giudiziari che hanno posto la loro attenzione
su 16.701 beni (circa 1.400 al mese).
I beni sequestrati sono 17.973 (la stragrande
maggioranza in Sicilia) e quelli confiscati
sono 46.799 (anche qui domina la Sicilia).
Il totale fa 64.772. E il resto? Sorpresa:
36.628 sono i beni dissequestrati (tutti quelli
con rigetti e/o revoche di sequestri o confische)
che, in pratica, tornano ai proprietari
(spesso mafiosi). Sono 32.547 i beni proposti
(per i quali si è ancora nella fase di attesa
di un pronunciamento da parte del
giudice di primo grado) e sono infine 5.240 i
beni destinati, cioè quelli giunti alla confisca
definitiva e poi mantenuti al patrimonio
dello Stato o assegnati agli enti locali. Un rivolo,
rispetto al fiume che lo alimenta, che
poi, quando non viene fatto morire per consunzione
e abbandono, si perde nelle mani
di pochissime associazioni che detengono
il monopolio dell'uso e del riuso. Un rivolo
che si perde anche nei meandri della telematica:
il sito dell'Agenzia riporta che i
provvedimenti per destinare i beni sarebbero
solo 1.173 (di cui 739 in Sicilia).
La velocità di una lumaca
Pensare che l’Agenzia sia il primo anello di
una catena gestionale allo sbando è un errore.
In caso di confisca definitiva i beni arrivano
all’assegnazione allo Stato o ad un ente
locale con un decreto di destinazione.
Tra il 2010 e il 2012 c'è stato un evidente calo
del numero dei beni destinati, che sono passati
da 386 a 88 e a una ripresa nel 2013 è subentrata
una nuova diminuzione: appena
151 nel 2014. Ora è vero che l’aggiornamento
dei decreti di destinazione è legato alle comunicazioni
provenienti dall'Agenzia (inviate
in via cartacea al ministero della Giustizia!)
ma, scrive testualmente il ministero
a pagina 20 della relazione al Parlamento,
«né questo motivo né i criteri seguiti dall’Agenzia
per le assegnazioni dei beni, sembrano
giustificare questa notevole diminuzione.
Anche se i beni vengono destinati solo
a seguito di una manifestazione d’interesse
che descriva un’idea-progetto sulla
loro destinazione, liberi da criticità, o con
gravami consapevolmente accettati, il dato
contraddittorio degli ultimi anni conferma
problemi nell’emanazione dei decreti».
Si stava meglio…
La destinazione dei beni confiscati dipende
da fattori esterni al sistema giudiziario.
Mentre infatti Tribunali, Corti di appello
e Cassazione svolgono più o meno bene il
lavoro, la fase successiva, di competenza
dell’Agenzia, rimane soggetta a elementi che la rendono imprevedibile. E questo è
sempre il ministero a certificarlo, tanto
che verrebbe da dire che si stava meglio
quando si pensava di stare peggio, vale a
dire quando la gestione (ipercriticata) era
dell’Agenzia del Demanio (fino al 31 marzo
2010). Nel periodo 2007-2009 si è sempre
superata la quota di 500 beni destinati,
nel 2010 si era ancora a 386 destinazioni
ma nel biennio successivo si è avuto un
forte calo con un totale di circa 90 beni destinati
negli anni 2011 e 2012. Nel 2013 sembrava
che la produttività dell’Agenzia
stesse tornando su valori accettabili, con
428 beni giunti a destinazione ma il dato
del 2014 (151 beni) evidenzia come ci sia
stato un forte rallentamento nell’emanazione
dei decreti e siano stati messi in stallo
tanti beni che restano dunque inutilizzati.
Tradotto: un tesoro buttato. Con tante
grazie da parte dei mafiosi che, spesso e
volentieri, quel tesoro continuano a utilizzare
direttamente (magari ci vivono) o
indirettamente (nessuno si appropria dei
simboli del comando sul territorio).
Valore, questo sconosciuto
Buio (più o meno fitto) anche sul valore dei
beni. L’Agenzia – il cui bilancio 2014 si aggirava
sugli 11,5 milioni – ha l’incarico di emanare
i decreti di destinazione ma non le è
stato attribuito l’obbligo di riportare la stima
del valore dei beni. Ciò ha reso inattendibile
la trascrizione degli importi disponibili
anche se, secondo l’Istituto nazionale
degli amministratori giudiziari (Inag), la
stima oscilla tra i 20 e i 25 miliardi.
Logico dunque che gli appetiti sulla gestione
di questi beni siano famelici e c’è del
vero in quanto dichiarò il 6 febbraio il procuratore
aggiunto Nicola Gratteri di Reggio
Calabria (città che detiene contro ogni
logica la sede principale) al giornale Radio
Rai: «L'Agenzia per i beni confiscati alle
mafie così come è non funziona, non serve,
non sono stati neanche catalogati tutti i beni
sequestrati alle mafie. Al vertice serve un
manager che abbia competenze sulle gestione
di beni, di società, di aziende e bisogna
reclutare il personale attraverso concorsi,
non trasferendolo da altre amministrazioni
perché si rischia di mettere in servizio
dipendenti poco motivati e privi di
competenze specifiche».
Il 20 gennaio, invero, il Governo aveva
nominato anche Antonello Montante nel
comitato direttivo dell’Agenzia ma 20 giorni
dopo giunge la notizia che il delegato nazionale
di Confindustria alla legalità e ai
rapporti con le Istituzioni preposte al controllo
del territorio era indagato per concorso
esterno in associazione mafiosa.
Le aziende muoiono
E' solo (si fa per dire) dal 30 aprile 2012 che
Confindustria ha presentato un articolatissimo
progetto per la trasparenza nelle assegnazioni,
la velocizzazione e la redditività
dei beni, a partire dalle imprese, che venne
così accolto dal ministro Alfano: «È un
segnale importante e un’occasione di crescita
che accogliamo e per il quale siamo
pronti a impegnarci in prima linea. Questa
proposta rientra nel quadro delle iniziative
reali per un'antimafia dei fatti che noi da
sempre sosteniamo».
Dopo di che, tre anni di silenzio costellati
da tanti progetti di riforma (uno dei
quali è in fase avanzata) ma, soprattutto,
da molte imprese che rischiano di morire
con i loro posti di lavoro. Le aziende in
banca dati sono 9.654 (il 6,9% del totale) di
cui 2.554 individuali, 4.462 srl, 286 coop e
163 spa. Del complesso, al 28 febbraio 2015,
solo per 199 aziende era stato emesso il decreto
di destinazione. Tutte le altre – vale
a dire 9.455 – languono, vivacchiano, palpitano
e periscono tra proposte (2.603),
decreti di primo e secondo grado (5.910) e
sentenze definitive della Cassazione
(942): per Inag il 90% è in liquidazione,
fallito o cessato.
Dulcis in fundo: le aziende sottoposte
a sequestro penale ex art. 12 sexies e 12
quinquies legge 356/92 (cosiddetta confisca
allargata) non sono censite. Quante
sono? Nessuno lo sa ma l'Inag ne stima
oltre settemila.
Guardie o ladri
roberto


Riforma partita ma il tempo è un’incognita

«Bindi ed altri»: il Parlamento
chiama così, senza tanti
fronzoli, l’atto della Camera
2786 con il quale il
presidente della Commissione bicamerale
antimafia Rosy Bindi (Pd) il 18 dicembre
2014 ha presentato il ddl che delega
il Governo «in materia di misure
per il sostegno in favore delle imprese
sequestrate e confiscate sottoposte ad
amministrazione giudiziaria e dei lavoratori
da esse dipendenti, nonché di organizzazione
dell’Agenzia nazionale
per l’amministrazione e la destinazione anticorruziodei
beni sequestrati e confiscati alla criminalità
organizzata».
Dal 17 settembre è in corso di esame
alla Commissione Giustizia e a questo
progetto si legano le speranze di un
cambio di rotta nelle gestione dei beni
sottratti alle mafie.
Relatori sono Claudio Fava (Psi/Pli) e
Davide Mattiello (indipendente Pd).
Mattiello, dal 2002 al 2010 è stato referente
regionale di Libera Piemonte e dal
2009 a luglio 2012 è stato membro dell’Ufficio
di presidenza di Libera – che
promuove in collaborazione con l’Agenzia, le Prefetture e i Comuni i percorsi
di riutilizzo dei beni – con responsabilità
sull’organizzazione territoriale
nazionale. Dall’associazione fondata da
don Luigi Ciotti passa la supervisione
della gran parte dei beni sequestrai e
confoiscati. Sarà proprio Mattiello – che
fino al 4 marzo 2013 era il braccio destro
di don Ciotti – a spiegare iin Aula il senso
di una riforma per la quale, il 31 agosto, si
è speso così con l’Ansa: «l’Agenzia per i
beni sequestrati e confiscati deve avere
una potenza di fuoco pari almeno a quella
dell’ Autorità nazionale anticorruziodei ne di Raffaele Cantone».
Obiettivi della riforma sono rendere
più veloce, tutelante ed efficace il procedimento
che conduce dal sequestro alla
confisca definitiva dei beni; potenziare
l’Agenzia in modo tale che questa possa
procedere con maggior efficienza alle
destinazioni dei beni definitivamente
confiscati; predisporre strumenti di sostegno
economico dedicati alle aziende,
a tutela di lavoratori, fornitori e clienti.
Soddisfatta la presidente della Commissione
antimafia Rosy Bindi: «La riforma
del sistema dei beni confiscati è stata fin dall’inizio della legislatura un nostro
obiettivo e abbiamo dato un contributo
importante. Il testo base all’esame della
Commissione è in sostanza il risultato dell’abbinamento
tra una proposta di legge di
iniziativa popolare e la proposta di legge
elaborata dalla Commissione antimafia,
che aveva svolto un approfondito lavoro
d’indagine e presentato la prima relazione
proprio sulle lacune normative e le carenze
organizzative che frenavano una buona gestione
dei beni sottratti alle mafie. Siamo
soddisfatti, il lavoro che si sta facendo in
Commissione può dare nuovo slancio e
nuova forza a un settore strategico della lotta
alle mafie, in cui tra l’altro si gioca buona
parte della credibilità delle istituzioni».
R.Gal.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 

L’Albo c’è ma non si vede
Un esercito
di amministratori
senza regole
e trasparenza
Se la conoscenza è potere allora si capisce
perché manchi – nonostante le richieste
sollevate a destra e manca – un
Albo degli amministratori giudiziari.
O meglio: l’Albo c’è ma non si vede, perché
mancano i decreti attuativi (che devono seguire
la legge 4/2010). Nessuno, dunque, sa
quanti siano gli amministratori. Secondo
l’Istituto nazionale degli amministratori giudiziari
(Inag), ci sarebbero circa 500 professionisti/
amministratori giudiziari, stabilmente
impegnati nella gestione di patrimoni
complessi composti da aziende e circa 700
impegnati occasionalmente su altri beni
(immobili, mobiliregistratiealtribeni). Molti
soggetti, infatti, vista la complessità della
materia e in considerazione dell’assenza di
un tariffario di riferimento (che arricchiscono
taluni e fanno vivere talatri), investono le
energie in altri settori professionali.
La Camera penale di Palermo, presieduta
da Antonino Rubino, in una lettera inviata al
Csm e al ministro della Giustizia Andrea Orlando,
scrive che «la vicenda giudiziaria che
oggi colpisce il Tribunale di Palermo, al di là
dell’accertamento cui è delegata l’autorità
giudiziaria, pone il vero punto nodale della
questione che consiste nella stratificazione
nel tempo dei medesimi soggetti che sono
chiamati a gestire ed occuparsi esclusivamentedeiprocedimentidimisurediprevenzione
». «Manca una normativa di riferimento
univoca con i criteri di determinazione del
compenso dell’amministratore e ciò – dichiara
al Sole-24 Ore Domenico Posca, fondatore
dell’Inag – costituisce un’altra grave
lacuna della legislazione che finisce col creare
disparità di trattamento a fronte di identiche
prestazioni professionali».
Non c’è dunque da meravigliarsi se nell’opacità
degli strumenti a supporto dell’autorità
giudiziaria scoppino scandali (tutti da
verificare in sede processuale) come quello
recente di Palermo e i Tribunali siano costretti
a mettere pezze: Palermo stessa non
esclude l’azzeramento di alcuni incarichi. IerilaprimaCommissionedelCsmhaapertola
procedura di trasferimento d’ufficio, per incompatibilità
ambientale, nei confronti dei
cinque magistrati coinvolti nell'indagine
svolta dalla Procura della Repubblica di Caltanissettasullagestionedellasezionemisure
di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Già gli incarichi, che non sono solo quelli
degli amministratori ma di una pletora di
consulenti, periti, commissari liquidatori,
presidenti e consiglieri di amministrazione.
Per Posca, l’aiuto «che potrebbe essere assicurato
dallo Stato in termini di agevolazioni
contributive e trattamenti fiscali differenziati
sarebbe determinante non solo per legalizzarle
completamente, ma anche per migliorarne
la gestione e incrementare l’occupazione.
Una scelta strategica e senza spese per lo
Statosarebbe, infine, quelladiconsentirel’utilizzo,
seppur parziale, dei 342 milioni definitivamente
confiscati e depositati presso il Fug
(Fondo unico giustizia) a garanzia di aperture
di credito bancario in favore delle aziende sequestrate
che ne fanno richiesta». Al Fondo
confluiscono le somme e i relativi proventi,
compresa ogni altra attività finanziaria a contenutomonetarioopatrimoniale(
titolialportatore,
a quelli emessi o garantiti dallo Stato
anche se non al portatore, valori di bollo, creditipecuniari,
conticorrenti, contidideposito
titoli, libretti di deposito) sequestrati – per larga
parte – nei procedimenti penali, per l’applicazionedimisurediprevenzionepatrimoniali(
cioègrazieallalottaallemafie). Al5agostoil
Fug, complessivamente, contava 3,4 miliardi.
R. Gal

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