venerdì 2 ottobre 2015

Ecco cosa sanno di noi le città che usano i Big data

a Siamo abituati a vedere le città come
un organismo vivente. Strade che fanno
scorrere traffico come fosse sangue, pedoni
e negozi che ne compongono la linfa
vitale, cittadini come neuroni che la rendono
vitale. E la metafora funziona. Grazie
alla tecnologia, le città stanno diventando
davvero degli organismi complessi
e sono più evoluti di quanto ci si possa
aspettare. Semafori che contano le auto,
lampioni che diffondono connettività e
secchi della spazzatura che avvisano
quando sono pieni sono solo un piccolo
assaggio del futuro che ci aspetta. Prendiamo
Chicago. La città statunitense due
anni fa ha avviato una sperimentazione
che la sta facendo cambiare di netto. Da
una parte ci sono i sensori che inviano
all'amministrazione cittadina dati su
ogni aspetto interessante per la gestione
della vita pubblica, dall'altra i cittadini
che li integrano con i propri smartphone.
Il database dei locali pubblici per esempio
consente di conoscere l'efficienza
energetica e la qualità dell'aria all'interno
degli stabili ma non solo. Basta avere lo
smartphone a portata di mano per segnalare
un'intossicazione, mandare subito i
controlli ed evitare che si diffonda oppure
per indicare la presenza di ratti, buche
nell'asfalto, allagamenti. Tracciare gli
spostamenti cittadini ha invece consentito
di pianificare il trasporto pubblico in
modo intelligente evitando di far girare
autobus vuoti o di installare stazioni per
il bike sharing laddove non c'è nessuno.
Sia le bici che le auto in condivisione hanno
un GPS che le segue passo e passo e,
grazie all'abbonamento al servizio, la città
sa per certo chi è che sta guidando cosa,
il sesso, l'età, dove sta andando e da dove
è partito. Da ultimo ecco l'Array of Things,
un'immensa rete di sensori che monitorano
costantemente tutto ciò che riguarda
l'ambiente. Si possono conoscere
la temperatura e la pioggia, l'intensità del
vento e la qualità dell'aria, senza dimenticare
l'inquinamento sonoro e luminoso.
Insomma, la città sembra sapere tutto
di noi, ci profila, ci segue, e il paragone
con il Grande Fratello è facile ma si rivela
del tutto sbagliato. Al massimo ci sono
tanti piccoli fratellini. “La città potenzialmente
sa molto di noi ma ogni organismo
che raccoglie i dati è solo un piccolo frammento,
non conosce il quadro totale”,
commenta Paolo Ciuccarelli, professore
del Politecnico di Milano ed esperto di visualizzazione
dei dati e delle informazioni
in ambito urbano. “L'amministrazione
può sapere molto ma la fortuna o sfortuna
è che le sorgenti sono ancora potenziali
o sconnesse tra loro”. Vale a dire che
in Italia, anche nelle regioni più pionieristiche
come Piemonte e Lombardia, sono
in tanti a raccogliere i dati ma poi non li
condividono. Le aziende di telecomunicazioni
per esempio possono conoscere
tutti i nostri spostamenti, così come le
imprese che si occupano di car sharing o
bike sharing, per non parlare poi dei servizi
pubblici. Per i difensori della privacy
è un bene che ogni entità dell'organismo
chiamato città tenga i dati nascosti in un
cassetto, per chi crede nell'evoluzione digitale
invece è un problema. “Le società di
trasporto per esempio non dialogano con
i social media o con dati del comune ma
basterebbe che si integrassero per fornire
un servizio migliore”. Tenendo
sott'occhio Facebook o Twitter ci si accorgerebbe
subito di una disfunzione o di
una criticità perché noi siamo centraline
sempre attive che emettono dati senza
sosta, parole e numeri che a loro volta
possono integrarsi con i dati raccolti dalle
fonti cittadine. Un incrocio di big data
che potrebbe cambiare di netto la nostra
vita. Immaginiamo solo di prenotare
online un appuntamento in Comune, di
conoscere il tempo prima del nostro turno
e nel mentre poter organizzare lo spostamento
tramite bus, metro e tram. Le
file sarebbero azzerate, ci sarebbe più
tempo per noi ma non è facile. La mancanza
di apertura dei dati infatti non è
l'unico problema, fa notare Ciuccatosti,
“Molte aziende forniscono solo del materiale
grezzo, una mole di dati preziosa ma
inutilizzabile. Qualcuno li deve lavorare”.
Da qui si spiegano i concorsi per la realizzazione
di app ad hoc che possano
trasformare per esempio gli orari delle
farmacie di turno in un sistema per la ricerca
automatica e geotaggata degli esercizi
aperti, oppure le tabelle dei mezzi
pubblici in un sistema integrato per il trasporto
urbano. Terzo limite è l'interoperabilità.
Anche se aperti, condivisi e leggibili,
i dati devono anche poter parlare
tra loro ma “nelle grandi aziende i sistemi
informatici hanno le loro storie, ognuno
è a sé, e non c'è accordo sui formati da
adottare”. Insomma, tutto male? “No,
con i big data le aziende dovranno ristrutturare
i propri sistemi informatici e
questa potrebbe essere una scusa in più
per la condivisione e l'interoperabilità”.
A noi non resta quindi che aspettare
mentre la città, furbetta, sa tutto ma fa
finta di niente

Nessun commento:

Posta un commento